Tinder ha cambiato faccia. Cosa c’entra con la tua insegna?
A metà luglio Tinder ha presentato il suo primo cambio d’immagine in quasi dieci anni. L’ha firmato Porto Rocha, uno studio di New York.
Il nome dell’app è passato dal minuscolo al maiuscolo, la fiammella è stata ridisegnata più affilata, è entrato un carattere con le grazie per i titoli e la gamma di colori si è allargata: non più solo rosso, arancio e rosa, ma anche blu e verdi.
Detto così sembra una notizia per addetti ai lavori. Non lo è.
Perché il lavoro che Porto Rocha ha fatto su un’app da centinaia di milioni di iscritti è lo stesso lavoro che facciamo su un’insegna di un negozio a Villabate, su un catalogo di ricambi, sul menù di una trattoria. Cambia la scala, non il ragionamento. E quel ragionamento, quando lo fai vedere in azione su un marchio che conoscono tutti, si capisce molto meglio.
Ecco le quattro cose che vale la pena portarsi a casa.
Un marchio non si rifà quando ti sei stancato tu. Si rifà quando è cambiata la conversazione.
1. Si cambia quando è cambiata la conversazione, non quando ci si annoia
Tinder è nata nel 2012 e per anni è stata la app di appuntamenti. Nel frattempo il mondo intorno si è riempito di concorrenti, e soprattutto è cambiato il modo in cui le persone parlano di appuntamenti: più stanchezza, più ironia, meno favola. Il vecchio vestito raccontava una storia che nessuno raccontava più.
Questo è il momento giusto per rifare un marchio. Non «sono passati dieci anni». Non «il logo non mi piace più». Ma: quello che dico non corrisponde più a quello che sono, o a quello che mi chiede chi mi compra.
Tradotto in pratica: se hai aperto come panificio e oggi il settanta per cento del fatturato è la caffetteria, l’insegna è vecchia anche se è di due anni fa. Se hai iniziato vendendo montascale a privati e oggi lavori con imprese edili, il catalogo che hai stampato non parla al cliente che ti paga. Il segnale non è estetico, è commerciale.
2. Tieni fermo quello che la gente riconosce
La cosa più interessante del lavoro su Tinder non è quello che hanno cambiato: è quello che non hanno toccato. La fiammella è rimasta. L’hanno resa più netta, più asciutta, ma è ancora lei — riconoscibile in un elenco di icone sul telefono, a due centimetri di distanza.
È la parte che quasi tutti sbagliano quando decidono di «rinnovare». Si butta via tutto, compreso l’unico pezzo che il pubblico aveva finalmente imparato a riconoscere, e si riparte da zero. Dopo sei mesi i clienti storici non ti trovano più e i nuovi non sanno chi sei.
Prima di rifare qualsiasi cosa, la domanda giusta è una sola: qual è l’elemento che la gente associa a me anche senza leggere il nome? Può essere un colore, la forma di un contenitore, una sagoma, un modo di scrivere. Quello si tiene. Tutto il resto è negoziabile.
3. Il cambiamento più profondo non si vede: è il tono di voce
Qui c’è la parte che ci riguarda da vicino, perché è esattamente il punto in cui una grafica diventa comunicazione.
Nel lavoro su Tinder la novità più radicale non è il logo: è la voce. Lo studio ha costruito un personaggio immaginario, «T», una specie di rubrica di consigli sentimentali — ironica, esperta, che ha sbagliato prima di te — e ha usato quella voce per riscrivere tutto ciò che l’app dice. Hanno persino ribaltato il luogo comune del «e vissero felici e contenti», trasformandolo in un «felici, si vedrà».
Il logo, in un lavoro così, è la parte più veloce. Decidere come parli è la parte lunga.
E vale identico per un’attività di dieci persone. Il tono di voce è come rispondi al telefono, come scrivi la descrizione dei prodotti, cosa metti nella prima riga della mail, se dai del tu o del lei, se ti prendi in giro o mai. È la cosa che i clienti percepiscono di più e che quasi nessuno decide a tavolino: si lascia al caso, e infatti cambia da un post all’altro.
4. Ogni colore deve avere un compito
Un dettaglio tecnico che vale oro. Nella vecchia versione i colori c’erano — rossi, rosa, sfumature — ma non era chiaro quando usare l’uno e quando l’altro. Nella nuova ogni tinta ha una funzione, e la gamma si è allargata per coprire situazioni diverse.
È il problema numero uno delle piccole aziende con cui lavoriamo. Non è che manchino i colori: ce ne sono troppi e nessuno sa a cosa servono. Il volantino è verde, il sito è blu, il furgone è di un altro verde ancora perché il carrozziere aveva quello.
Una tavolozza non è un elenco di colori belli. È un elenco di istruzioni: questo è il colore che mi identifica, questo è lo sfondo che fa respirare, questo lo uso solo per il prezzo e il pulsante. Tre voci, con scritto accanto a cosa servono. Se non c’è scritto a cosa servono, entro un anno saranno sei.
La lezione più utile, però, arriva dalle critiche
Il lavoro è stato accolto bene, ma non da tutti. Su Creative Bloq, Jade Horton della società di consulenza Elmwood ha sollevato il dubbio più scomodo: l’identità nuova parla di sincerità e di incontri veri, mentre la stampa di settore raccontava nelle stesse settimane di funzioni basate sull’intelligenza artificiale che avrebbero dovuto analizzare le foto del telefono per stimare l’affinità tra le persone — cosa che a parecchi utenti è sembrata invadente.
La distanza tra le due cose è il vero rischio di ogni cambio d’immagine, alla scala di Tinder come alla tua.
Un’immagine nuova è una promessa. Se prometti cura e poi il cliente trova il negozio disordinato e la mail senza risposta per quattro giorni, il restyling non ti ha aiutato: ha solo alzato l’aspettativa che stai deludendo. Prima di rifare l’insegna vale la pena chiedersi se quello che l’insegna promette esiste davvero dentro.
Tre verifiche da fare sul tuo marchio, oggi
- La prova del riconoscimento. Copri il nome sul tuo materiale. Resta qualcosa che un cliente abituale riconosce? Se no, non hai un marchio: hai una scritta.
- La prova della coerenza. Metti in fila insegna, biglietto da visita, ultimo volantino e sito. Sembrano la stessa azienda o quattro aziende cugine?
- La prova della voce. Fatti leggere ad alta voce tre tuoi testi da qualcun altro. Sembrano scritti dalla stessa persona? E quella persona è quella che vorresti essere?
Se una delle tre risposte non ti piace, non serve buttare via tutto. Serve decidere cosa tenere. È sempre il passaggio più difficile e sempre quello che vale di più.
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